Recensioni
Il mare che bagna i pensieri
| Autore | Ilma Rakusa |
| Genere | autobiografia |
| Area | Attività Culturale |
| Casa editrice | Sellerio |
| Anno | 2011 |
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«Che la capanna resti una capanna, sono lontano, come un ladro, me ne vado in giro da vagabondo fra i senzapatria». (A. S. Esenin)
Ilma Rakusa, nata nel secondo dopoguerra da padre sloveno e madre ungherese in una cittadina del sud della Slovacchia, ha vissuto in vari paesi dell’Europa centro-orientale passando per Budapest, Lubiana e Trieste prima di approdare definitivamente a Zurigo nel 1951. Molto conosciuta nei paesi di lingua tedesca per la sua attività di scrittrice, di slavista, di poetessa e soprattutto di traduttrice, Ilma Rakusa ha ottenuto numerosi riconoscimenti in Germania, Svizzera, Ungheria e Slovenia. Il suo testo narrativo più lungo, intitolato in originale Mehr Meer è stato pubblicato in Italia dalla casa editrice Sellerio con il suggestivo titolo “Il mare che bagna i pensieri” e ha ottenuto nel 2009 il prestigioso premio Schweizer Buchpreis dell’Associazione dei librai e degli editori svizzeri.
“Il mare che bagna i pensieri” è un’opera autobiografica composta da sessantanove racconti brevi in cui l’autrice, seguendo il filo dei ricordi e delle rievocazioni, descrive la sua infanzia e prima giovinezza tra la fine degli anni Quaranta e la metà degli anni Sessanta. È il racconto di un’esistenza nomade fatta di continui spostamenti in treno sui confini fra Oriente e Occidente, in un ininterrotto “andar via, e sempre un commiato alla volta di nessun luogo”. Dopo Lubiana, Zagabria e Budapest la descrizione si sofferma su Trieste da sempre crocevia di culture, a quel tempo divisa a metà, amministrata nella zona A dagli alleati e nella zona B dagli iugoslavi. Questa città, con i suoi colori, il suo mare e la sua solarità mediterranea, lascerà un’impronta indelebile nella memoria dell’autrice. Seguono poi gli anni dell’adolescenza a Zurigo in una Svizzera paradossalmente xenofoba, se si considera che per il suo status neutrale ha manifestato per lungo tempo un atteggiamento di accoglienza verso milioni di rifugiati. Il periodo universitario vede la giovane Ilma impegnata negli studi di slavistica e di romanistica alla Sorbona di Parigi, mentre una borsa di studio la porta all’Università di Leningrado. Nei viaggi come nei lunghi soggiorni per studio, il bagaglio che Ilma si porterà sempre appresso sarà una segreta nostalgia dell’est, del suo paese d’origine con “gli odori e le grandi prugne, col carbon fossile e le paure” perché, afferma l’autrice “noi venivamo da LÀ e quei legami non li recidemmo mai”. Nel “Il mare che bagna i pensieri” Ilma Rakusa ci racconta sostanzialmente una condizione di sradicamento, di non appartenenza a una nazione, racchiusa nella formula da lei coniata “essere stranieri come modo di vivere”, come peculiarità della propria esistenza vissuta in un regime di transitorietà permanente. Scrive così: “Non vengo discriminata, dato che dalla parlata si sente che sono una del posto. Un vero ambientamento però non mi riesce. É un’ambigua posizione marginale. Un’esistenza insulare. Una diversità”.
La trasmigrazione fra lingue e stati, fa percepire alla scrittrice che, oltre le frontiere, le barriere linguistiche o la diversità dei modi di pensare, esiste uno spazio culturale comune. Ed è proprio in questo spazio fatto di letteratura, di musica, di pietanze, di gesti, di odori, di alfabeti del sentimento, che essa si riconosce e in esso idealmente si colloca. Nella sua storia di migrante non mancano i libri ritenuti oggetti “dalle prodigiose metamorfosi, forzieri pieni di storie, un mondo che viene fuori dalle lettere dell’alfabeto”, che gradualmente forgiano la personalità e la sensibilità della Rakusa. Vi troviamo infatti testi rabbinici (Nachman, Shlomo, Mendel), Rilke, Thomas Mann, Gertrud Kolmar, Saadi, B. Nirumand, ma soprattutto la letteratura russa con Dostoevskij che svela “l’animo umano. Un abisso senza pari. Pieno di sogni deliranti e contraddizioni ed ideali” e a cui l’autrice dedica un intero racconto. Ciò che colpisce di Ilma è la descrizione minuziosa e partecipata della liturgia ortodossa, nonché la sua sensibilità verso i luoghi di culto come chiese e sinagoghe, nelle quali predilige di sostare spesso per un momento di riflessione.
Insieme alla capacità di cogliere anche minimi dettagli di oggetti, di stati d’animo, di volti di persone care, di atmosfere, si sviluppa nella scrittrice la consapevolezza del proprio divenire. Di esso la Rakusa cerca di rendere conto a se stessa nella scrittura, attraverso una mobilità soprattutto interiore fatta di osservazione, d’interrogazione e di riflessione quali vie di accesso alla conoscenza di sé e del mondo. Per restituire frammenti di vissuto, profumi, colori, impressioni e osservazioni l’autrice utilizza nei suoi “passaggi di memoria” una molteplicità di registri linguistici e varie forme di scrittura passando con disinvoltura dal dialogo al reportage di taglio giornalistico, dai ricordi nostalgici alle analisi minuziose, dai brevi schizzi di personaggi e situazioni alla scrittura poetica.
Basterebbe ripercorrere brevemente i titoli di alcuni dei racconti raccolti nel volume per avere un’idea di ciò che Ilma Rakusa ha voluto condividere di sé e del suo mondo: “Che importanza hanno le valigie”, “Giardino, treni”, “Confini”, “Iniziazione all’abbandono”, “”Strade, chiese”, “Del sentire la mancanza”, “Del dimenticare”.
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