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Recensioni

La casa dei sette ponti

AutoreMauro Corona
Genereromanzo
AreaAttività Culturale
Casa editriceFeltrinelli
Anno2012
BibliotecaVisualizza la scheda del libro


La casa dei sette ponti di Mauro Corona pubblicato della Feltrinelli 2012 è un breve racconto che si contamina nella favola coinvolgendo il lettore in scenari inaspettati che lasciano scalpellati con tenacia alcuni insegnamenti. Tra allegoria e accennate postmoderne contraddizioni si è introdotti in un viaggio tortuoso di scoperte e di risoluzioni del protagonista.
L’autore,nato a Erto (Pordenone) nel 1950 ha scritto diversi libri tra cui La fine del mondo storto (premio Bancarella 2011), La ballata della donna ertana, Come sasso nella corrente, Venti racconti allegri e uno triste, Guida poco che devi bere: manuale a uso dei giovani per imparare a bere, delle raccolte di fiabe Storie del bosco antico e Torneranno le quattro stagioni pubblicati da Mondadori. L’ultimo libro pubblicato nel 2013 dalla editrice Chiarelettere è Confessioni ultime.

Lungo la strada compaiono ogni tanto rocce verde scuro che sembrano sul punto di cadere ma non cadono…forse vogliono ricordare al viandante la precarietà dell’esistenza”.
 
Una casa “fatiscente” in mezzo ai boschi in una valle degli Appennini incuriosisce un frequentatore dei posti, un facoltoso industriale di setta, un uomo di affari con un’impresa fiorente a Prato capace di fronteggia la concorrenza del mercato cinese.
Nei passaggi a San Marcello Pistoiese occasioni di ritrovo con vecchi amici, l’imprenditore spia l’abitacolo dal coperto di teli variopinti senza scorgervi però anima viva. I due comignoli che fumano in continuazione non fanno desistere l’uomo dall’interrogarsi su quale misteriosità e stranezza custodisca la casa e chi in essa abita.
L’autunno che inonda i pendii di sole e di ruggine, che stacca dagli alberi “stormi di rondini” da portare lontano col vento, insinua nell’uomo “sessantenne” la decisione ad entrare nella casa solitaria. Umili, sereni e dignitosi i volti di una coppia di vecchietti accolgono l’imprenditore intrufolo che non potrà varcare la soglia della loro esistenza fino a quando quest’ultimo non avrà percorso sette ponti nei dintorni della casa.
Il protagonista ormai determinato a proseguire quanto suggerito dal padrone di casa scopre e si confronta con le più inaspettate realtà e scoccianti verità dell’esistenza umana, fatte di dolore e di gioia,. Sono prove e attraversamenti che lo portano al ritrovamento di se stesso, a ripercorrere e completare la propria storia nei fatti sconosciuti o allontanati, per riconoscerla in tutte le sue sfaccettature e con essa riconciliarsi.      
Tra la spinta ad arrendersi e avanzare nello sperimentare il vuoto, il silenzio di ogni soccorso, la persona impara ad accogliere e fare spazio nella sua esistenza alle ombre del passato, alla possibilità di unire situazioni che hanno creato separazione e avvicinare lontananze.
Il cammino a piedi dei sette ponti ha permesso all’industriale di ritrovare se stesso e di riconoscere chi fossero per lui i due vecchietti, di risanare nel sentimento antico dell’amore, offese, rimpianti e rimorsi. L’industriale si sveglia dal sogno e dalle visioni  in cui è precipitato in seguito ad un infortunio. Riprende la vita quotidiana ed il lavoro in modo nuovo, percorrere concretamente momenti di incontro che trasformano le relazioni significative, si concede dei tempi interiori di rappacificazione che determinano svolte e scelte per una vita sobria e per il ricupero dei valori cardini della vita quale la riconoscenza e la condivisione.
 
Il racconto allegorico insegna che né successo né intelligenza, tanto meno il cinismo o la presunzione mettono al riparo una vita dalle intemperie. Arriva il tempo in cui fare la resa dei conti con la realtà di ciò che si è, ed in questo solido raffronto diventa importante imparare il rispetto profondo, conoscere la propria e altrui dignità.
 
L’autore mostra preferenza e fa apprezzare al lettore la particolarità della vita appartata ed essenziale che caratterizza solitamente la gente contadina, montanara, gente tosta e parca di parole, piena di sguardi, forte di fatiche, segnata da lavori pesanti, esistenze che ispirano dignità e inoffensività. Le asprezze dei luoghi solitari e ripidi della montagna, con strade scoscese, rigogliosi angoli e scorci, brume rarefate del mattino sono espressioni che meglio uniscono quelle sembianze dell’animo umano ruvido scolpito da intemperie che sa custodire nel cuore serenità e bontà.

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