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Recensioni

Il libro di Tamàr

AutoreShlomit Abramson
Genereromanzo
AreaAttività Culturale
Casa editriceGiuntina
Anno2013
BibliotecaVisualizza la scheda del libro

“Qui però, nonna, ho imparato a ricordare. Sia il bene che il male”.
 
«E Giuda prese una moglie per il suo figlio primogenito Er, e il suo nome era Tamàr. Ma Er, primogenito di Giuda, era malvagio agli occhi di Dio, e Dio lo mise a morte. Allora Giuda disse a Onan, “Va dalla moglie di tuo fratello e fa con lei quello che deve un cognato, e genera discendenti per tuo fratello”. Ma Onan sapeva che i discendenti non sarebbero stati suoi. Allora, ogni volta che si accostava alla moglie di suo fratello spargeva il suo seme sul terreno, in modo da non dare una discendenza al fratello» (Gn, 38, 6-10).
La Bibbia è un serbatoio di personaggi femminili eccezionali che spesso si impongono per la loro astuzia, intelligenza, capacità di volgere il corso degli eventi verso esiti differenti. Tante donne però, vengono ritratte con poche e scarne parole e rimangono in ombra come relegate sullo sfondo delle vicende storiche. È a partire da questi brevi paragrafi della Genesi che la scrittrice israeliana Shlomit Abramson trae spunto per la sua prima opera, pubblicata in Italia nel 2013 per conto della casa editrice Giuntina con il titolo Il libro di Tamàr. Sotto la brillante penna dell’autrice prende forma un romanzo di formazione e di iniziazione alla vita della protagonista (Tamàr) che, attraverso l’esperienza l’amore e la lontananza dagli affetti più cari, compie un cammino di crescita e di maturazione verso una femminilità compiuta, intelligente e attiva, dandosi la possibilità di una rinascita per riscattare la vita, inizialmente decisa per lei da altri. Come ebbe a sottolineare Erri de Luca in Le sante dello scandalo, Tamàr alla fine “infrange con il corpo la legge per dare una più giusta e misteriosa applicazione”, gesto che le consentirà di volgere le situazioni a suo favore e sottrarsi a un tragico destino.
Tamàr è ancora bambina quando dalla sua terra viene portata via da Giuda, capo di una delle dodici tribù di Israele, per essere data in sposa al suo primogenito Er. Il matrimonio non viene consumato, creando sorpresa e preoccupazione in Tamàr, che aveva appreso dalle leggende e dalle storie della sua gente che il matrimonio significasse un obbligo reciproco e l'inizio di una vita in comune. Dopo la morte di Er, e per assicurargli una discendenza, la tradizione vuole che Tamàr sia destinata prima a suo fratello Onàn, poi al terzo fratello più piccolo. In attesa che questi raggiunga l’età per prenderla in moglie, Tamàr verrà riportata alla casa di suo padre. Qui il romanzo si discosterà dalla tradizione, conservando però lo stratagemma che Tamàr, diventata ormaiuna giovane donna, saprà mettere in atto per sfuggire alla terribile condanna di Giuda. Appena arrivata presso la nuova tribù, Tamàr è chiamata ad adattarsi a uno stile di vita scandito dal duro lavoro, a paesaggi più aspri di quelli dove era cresciuta, ma soprattutto deve fare i conti con la solitudine, con un clima relazionale segnato dalle rivalità delle donne, dai segreti che su tutti pesano come un macigno, e dai conflitti latenti che traspaiono nei gesti, nei comportamenti, nel modo di essere e di agire delle persone. Tamàr avverte in modo limpido come “Ognuno chiude gli occhi e distoglie lo sguardo da me, affinché non gli sfuggano di bocca i neri segreti”.
Nel corso della narrazione Shlomit Abramson riesce a creare con particolare maestria una sorta di complementarietà fra la tradizione e la modernità, nel senso che i fatti e le ambientazioni rispecchiano fedelmente la vita quotidiana e le usanze delle tribù nomadi dell’antico Medio Oriente, mentre i personaggi vengono spogliati della tipica ieraticità biblica e rivestiti da una sorprendente modernità. Su ognuno di loro, infatti, l’autrice posa il suo sguardo indagatore, evidenziandone i gesti, i sentimenti e le sensazioni con particolare efficacia.
Nella storia di Tamàr sono le donne a prevalere. Fra tutte, l’unica ad accogliere con benevolenza la giovane è Bilhà, seconda moglie di Giacobbe “rimasta in vita a custodia del passato”. Per Tamàr l’incontro con lei “ridipinse ogni cosa di tinte più chiare” perché Bilhà si fa voce della storia della comunità narrandone i segreti e le vicende dolorose, suggerendo anche lo stile narrativo scelto dall’autrice, quello del racconto nel racconto, tipico della tradizione orale. Ma Bilhà emerge anche come alter ego della nonna di Tamàr, alla quale la ragazza è particolarmente legata e la cui presenza accompagnerà interiormente la protagonista per tutto il suo percorso. Infatti, ogni volta che la situazione lo permetteva, Tamàr affidava al vento i suoi pensieri attraverso un dialogo intimo e intenso con la saggia nonna Tabita, alla quale confidava moti dell’animo, emozioni e delusioni che sorgevano in lei. Grazie a questi dialoghi interiori Tamàr comprende che in fondo “stava lottando per salvare tutto ciò che faceva parte di lei fino al momento del suo arrivo in quella tribù”.
Il libro di Tamàr” è un romanzo impastato di una struggente nostalgia per la propria terra, per gli affetti più cari e per i gesti semplici ma significativi, per i luoghi legati ai ricordi dell’infanzia. Ma è anche un romanzo di coraggio, di determinazione, di fiducia in se stessi e nella capacità di scegliere la propria strada, anche a costo di infrangere la legge per riscattare la vita perché “forti sono le donne quando al loro fianco” sta Ishtàr, la dea babilonese della guerra e dell’amore, che sta al di sopra di tutto e di tutti e “copre il cielo col suo manto nero trapuntato di stelle” .
Tamàr ci restituisce una storia che testimonia la forza dell’amore sotto diverse espressioni; quell’amore che ci accompagna ed è capace di plasmare i cammini di ognuno quando lo si conserva nel cuore. Anche Tamàr dirà con forza e rinnovata consapevolezza “Non dimenticherò la forza dell'amore, nonna Tabita. Come potrei dimenticare l'amore?”

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